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lundi, 20 avril 2015 00:00

Gli scritti americani di E. De Amicis

Luigi Cepparrone, Gli scritti americani di Edmondo De Amicis, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2012

 

 

Va innanzitutto lodata l’impostazione euristica cui è improntato il volume di Cepparrone che propone una disamina autorevole e lungimirante di testi deamicisiani accomunati dai temi dell’emigrazione e dell’America. Seguendo questo filo conduttore dalle molteplici sfaccettature, il lettore viene invitato a scoprire il volto nuovo e perfino inaspettato di un autore un po’ apoditticamente vincolato al suo capolavoro Cuore. Si delinea così un panorama assai più complesso dell’impostazione che è invalsa presso una critica che ha trascurato una parte cospicua della produzione di De Amicis.

 

Attingendo anche a fonti documentarie inedite, Cepparrone si sofferma dapprima sulla poesia Gli emigranti che colpisce per lo stile icastico e per le immagini incisive e nitide con le quali viene offerto uno spaccato tutt’altro che oleografico dell’emigrazione. I contadini che espatriano, assillati dalla fame, sono votati ad una condizione atavica di sudditanza e di sfruttamento, ragione per cui aspirano a un riscatto. Nel frangente della partenza, il traghettamento da una sponda all’altra, il mare quale rischio di perdizione o auspicio di rinascita, il viaggio abbinato al binomio inscindibile morte/vita assumono un valore altamente simbolico se non ambivalente pervaso da implicazioni esistenziali ed ontologiche. Si staglia pure nell’analisi la critica pungente di De Amicis nei confronti di uno Stato latitante che è venuto meno alle proprie responsabilità nei confronti dei contadini e dei diseredati considerati alla stregua di capri espiatori. In tale prospettiva, l’emigrazione funge da mera valvola di sicurezza per disinnescare la bomba sociale incombente, rappresentando come il brigantaggio, uno strascico delle distorsioni risorgimentali.

            Con I nostri contadini, che diede anche adito a conferenze nella scia del viaggio di De Amicis in Argentina nel 1884, Cepparrone palesa a che punto gli emigranti italiani, i cosiddetti gringos delle comunità stanziatesi a Santa Fe, assurgono a vessilliferi della civiltà europea che, nell’ottica etnocentrica e positivista dell’epoca, deve comunque prendere il sopravvento su quella indigena dei gauchos e degli indios, depositaria di un’alterità arcaica e quindi regressiva. Coinvolti in un crogiolo interregionale e confrontati a membri di altre nazionalità, gli emigranti travalicano l’alveo angusto del campanilismo per approdare ad una consapevolezza nuova della propria italianità, mentre la promozione sociale gli conferisce una nuova dignità. Detto ciò, pur raffigurando gli emigranti che adempiono alla propria vocazione civilizzatrice come fiaccola del progresso, De Amicis non fa l’apologia del colonialismo. Inoltre, lenisce la condanna dello Stato italiano, dato che l’emigrazione riveste i connotati di un fenomeno ineludibile che le autorità devono tuttavia accompagnare meglio.

            In Quadri della pampa e Dagli Appennini alle Ande, aleggia invece una temperie soffusa di esotismo che va di pari passo con un prevalere del fiabesco e della fantasticheria perché l’intento autoriale sta nell’infondere il fascino quasi ammaliante di un mondo primigenio dall’esuberanza straripante in cui regna incontrastata la vitalità della natura ; insomma, un universo straniante che si oppone alla società occidentale retta da regole ferree e dallo sviluppo tecnologico. Le terre opime e sconfinate, il profluvio delle mandrie, la doma del cavallo da parte dell’eroico gaucho fanno trapelare un’autenticità inesorabilmente avviata al tramonto e quindi la nostalgia dell’irripetibile.

Viene così tratteggiato uno scrittore poliedrico, dalla notevole levatura intellettuale, che ha saputo affrontare argomenti tuttora impellenti che secernono un notevole interesse non soltanto letterario, ma anche antropologico. Pertanto, ci preme salutare l’acribia di Cepparrone che unisce alla salda e gradevole erudizione un’esemplificazione azzeccata e avvincente.

 

Jean-Igor Ghidina, maître de conférences

 

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