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dimanche, 11 octobre 2015 00:00

La guerre mise en scène

sous la direction de Jean-François Lattarico

Neuville, Chemins de tr@verse, Coll. "Chemins it@liques", 2013, 272p.

 

 

Se il tema al centro della miscellanea curata da Jean-François Lattarico, vale a dire la guerra e la sua rappresentazione artistica e letteraria, appare senz’altro decisivo per la cultura e per la sensibilità del Seicento, non meno importante è la prospettiva da cui tale tema è indagato nei nove saggi che compongono il volume: una prospettiva che deriva da un luogo di osservazione circoscritto – e per certi versi privilegiato – quale il palcoscenico teatrale, che nel xvii secolo si rivela spesso capace di offrire una sintesi icastica di fenomeni culturali più ampi. Ne testimoniano per l’appunto i contributi riuniti in questo libro, che ripercorrono l’itinerario tracciato da una fertile giornata di studi tenutasi a Parigi nel 2011. Diversi per approccio e per campo d’indagine, i nove saggi costituiscono delle incursioni puntuali nella drammaturgia secentesca, e danno conto al contempo, su un piano più vasto, del rapporto tutt’altro che lineare che la cultura del Barocco intrattiene con le vicende belliche e con la loro trasposizione sulla scena.

 

A dispetto dell’eclettismo del percorso, che si snoda attraverso temperie limitrofe ma nettamente distinte – dall’Inghilterra di Shakespeare alla Spagna di Lope, dal dramma barocco tedesco ai successi francesi di Giovan Battisti Andreini, passando per i molti centri che compongono il ricchissimo mosaico teatrale della Penisola: Parma, Milano, Genova e ovviamente Venezia – il volume si mantiene assai coeso, dimostrando una certa unità d’intenti. Uno dei punti d’ancoraggio della riflessione, che emerge distintamente nonostante l’ampio ventaglio delle soluzioni formali e dei temi in gioco, consiste nel parallelismo tra la varietà dei generi teatrali secenteschi (tragedia, tragicommedia, pastorale, dramma per musica e via dicendo) e il carattere instabile e molteplice della rappresentazione della guerra, che sul palcoscenico, secondo le esigenze dello spettacolo, può indirizzarsi verso una lettura mitologica o allegorica, politica o romanzesca. Se nella prassi teatrale secentesca i generi risultano spesso incrociati e mescolati l’uno all’altro, allo stesso modo quasi non si dà rappresentazione che declini la guerra lungo un asse univoco, e che rinunci al gusto, così tipico del xvii secolo, per la soluzione anfibia e il pastiche. In altri termini, è l’instabilità costitutiva del teatro secentesco a incoraggiare un’interpretazione a più livelli, sempre complessa e non di rado tortuosa, dei grandi fatti d’arme del tempo. Si tratta di un fenomeno trasversale, che taglia longitudinalmente le diverse temperie di cui si è detto, come provano efficacemente i saggi di Valeria Cimmieri, Stéphane Miglierina, Cécile Berger e Philippe Meunier.

Che le nuove forme di spettacolo si mostrino disponibili ad accogliere i temi dell’attualità politica non è peraltro un fatto privo di conseguenze teoriche. Un altro dei Leitmotiv del volume concerne per l’appunto l’inevitabile frizione che si crea tra la passione per la novità, che come è ben noto caratterizza gran parte della cultura del Seicento, e la visione normativa ereditata dalla Poetica di Aristotele. La materia bellica diviene, in un certo qual modo, l’arena in cui questo scontro teorico ha concretamente luogo. L’ansia di modernità che serpeggia ovunque nella letteratura barocca trova nelle figure dei grandi condottieri contemporanei, da Wallenstein a Gustavo II Adolfo di Svezia, un punto di riferimento e quasi un feticcio, tanto che il fittissimo repertorio degli eroi dell’oggidì finisce per accogliere figure insolite, e certamente meno istituzionali, come quella di Masaniello: tra Sei e Settecento, il pescatore napoletano calca addirittura le scene tedesche, come documenta il saggio di Laure Gauthier.

 Quando si parla, a proposito del xvii secolo, delle nuove forme ibride della rappresentazione, si è soliti pensare in primis alla pastorale e al dramma per musica; e tuttavia altri generi teatrali denotano la medesima inclinazione per l’innesto e per la contaminazione. È quanto emerge dai contributi di Francesco d’Antonio e di Françoise Decroisette, dedicati alle opere di destinazione cortigiana scritte da Bernardo Morando e da Giovan Andrea Moniglia. Nel Seicento pure la festa teatrale, o per meglio dire il teatro di corte, elegge il fatto d’arme a sintomo e quasi a emblema della contemporaneità: diversamente da quanto accadeva in epoca rinascimentale, la rappresentazione della guerra entra a far parte di una dimensione compiutamente spettacolare, che appare in linea con la nuova politica celebrativa dei principi italiani.

 Il peculiare taglio del libro, che pur partendo dalla cultura italiana approda, come si è detto, a una dimensione europea, permette di valutare tali fenomeni in un’ottica comparatista, aperta alle varianti che un medesimo tema fa registrare se inserito nell’alveo delle diverse letterature nazionali. Un esempio che ricorre con frequenza nelle pagine della miscellanea è il cosiddetto teatro della violenza: alludo al gusto per l’efferatezza e per i fatti di sangue, nutrito largamente del modello di Seneca tragico, che nel corso del Seicento è una costante della drammaturgia europea. Un confronto tra il teatro della Penisola e le cupe trame elisabettiane, tale quello avanzato, pur da prospettive diverse, sia da Jean-François Lattarico che da Sophie Chiari, evidenzia come nelle pièces di Shakespeare – eletto, per ragioni che sarà vano spiegare, a centro nevralgico del fenomeno – le influenze operino a doppio senso di marcia (da Shakespeare all’Italia e dall’Italia, o meglio da Castiglione e Guicciardini, a Shakespeare). Si tratta di un argomento noto, ma che all’interno del panorama mosso e sfaccettato offerto dal libro acquista un rilievo inedito.

Il volume curato da Jean-François Lattarico aspira dunque a inquadrare l’ambiguità costitutiva del teatro secentesco, tentando di metterla a fuoco proprio nei passaggi in cui, di fronte alle pressioni esercitate dall’attualità storica e politica, essa sembrerebbe farsi ancora più sfuggente. Si tratta, naturalmente, di un’operazione quanto mai complessa, e che però può dirsi in parte riuscita. Lo studio delle rappresentazioni drammaturgiche consacrate alla guerra conduce, infatti, a conclusioni più ampie, che abbracciano uno degli snodi fondamentali della modernità letteraria: e cioè il faticoso processo con cui il Barocco, pur nel programmatico caos delle sue soluzioni formali, tesse una nuova veste diegetica per la contemporaneità, liberandosi via via delle impalcature ereditate dal Medioevo e dalla cultura classica. Non sorprende che la guerra, così drammaticamente presente in quel secolo, sia uno dei perni di questo processo, né che il teatro, che di quell’età è la manifestazione più vivida, sia il luogo dove questa modernità prende corpo.

Alessandro Metlica

 

 

 

 

Si le thème au centre des miscellanées réalisées par Jean-François Lattarico, c’est-à-dire la guerre et sa représentation artistique et littéraire, apparaît sans aucun doute, décisif pour la culture et pour la sensibilité du xviième siècle, la perspective de ce thème proposée dans les neuf essais composant le volume n’en est pas moins importante : une perspective qui dérive d’un lieu d’observation circonscrit – et par certains aspects privilégié – tel que la scène théâtrale, qui au xviième siècle, se révèle souvent capable d’offrir une synthèse incisive de phénomènes culturels plus vastes. En témoignent justement les contributions réunies dans ce livre, qui reprennent l’itinéraire tracé par une fructueuse journée d’études qui eut lieu à Paris en 2011. Différents dans leur approche et leur champ d’investigation, les neuf essais constituent des incursions ponctuelles dans la dramaturgie du xviième siècle, et rendent compte en même temps, d’un point de vue plus large, du rapport non linéaire que la culture du Baroque entretient avec les épisodes guerriers et leur transposition sur scène.

Malgré l’éclectisme de son parcours, qui s’articule autour de caractéristiques limitrophes mais nettement distinctes – de l’Angleterre de Shakespeare à l’Espagne de Lope, du drame baroque allemand aux succès français de Giovan Battisti Andreini, en passant par les nombreux centres qui composent la riche mosaïque théâtrale de la Péninsule : Parme, Milan, Gênes et évidemment Venise – le volume reste très cohérent, démontrant une certaine unité dans ses intentions. Un des points d’ancrage de la réflexion, qui émerge distinctement nonobstant l’ample éventail de solutions formelles et de thèmes en jeu, consiste en un parallélisme entre la variété des genres théâtraux du xviième siècle (tragédie, tragicomédie, pastorale, dramma per musica, pour ne citer qu’eux) et le caractère instable et multiple de la représentation de la guerre, qui sur scène, selon les exigences du spectacle, peut s’orienter vers une lecture mythologique ou allégorique, politique ou romanesque. Si dans la pratique théâtrale du xviième siècle les genres se croisent et se mélangent l’un à l’autre, de la même manière on ne donne presque jamais de représentation déclinant la guerre selon un axe univoque, et renonçant au goût, si typique du xviième siècle, pour la solution hybride et le pastiche. En d’autres termes, c’est l’instabilité constitutive du théâtre du xviième siècle qui détermine une interprétation à plusieurs niveaux, toujours complexe et assez fréquemment tortueuse, des grands faits d’armes de l’époque. Il s’agit d’un phénomène transversal, qui coupe de manière longitudinale les différentes caractéristiques déjà évoquées, comme le prouvent efficacement les essais de Valeria Cimmieri, Stéphane Miglierina, Cécile Berger et Philippe Meunier.

Que les nouvelles formes de spectacle se montrent disposées à accueillir les thèmes de l’actualité politique n’est pas, du reste, un fait sans conséquence théorique. Un autre des Leitmotiv du volume concerne justement l’inévitable friction qui se crée entre l’engouement pour la nouveauté qui, comme chacun sait, caractérise une grande partie de la culture du xviième siècle, et la vision normative héritée de la Poétique d’Aristote. Le sujet de la guerre devient, en quelque sorte, l’arène où cet affrontement théorique a concrètement lieu. La soif de modernité qui parcourt de toute part la littérature baroque trouve, en les personnes des grands chefs contemporains, de Wallenstein à Gustave ii Adolphe de Suède, un point de référence et quasiment un fétiche tant le très dense répertoire des héros d’aujourd’hui finit par accueillir des figures insolites, et certainement moins institutionnelles, comme celle de Masaniello : entre xviième et xviième siècle, le pêcheur napolitain imite même les scènes allemandes, comme le prouve l’essai de Laure Gauthier.

Quand on parle, à propos du xviième siècle, des nouvelles formes hybrides de la représentation, on a pour habitude de présenter in primis la pastorale et le dramma per musica ; toutefois d’autres genres théâtraux dénotent la même inclination pour l’apport et pour la diffusion. Cela ressort aussi des contributions de Francesco d’Antonio et de Françoise Decroisette, consacrées aux œuvres adressées à la cour écrites par Bernardo Morando et Giovan Andrea Moniglia. Au xviième siècle, même la fête théâtrale, ou plus exactement, le théâtre de cour, élit le fait d’armes comme une manifestation, voire un emblème, de la contemporanéité : différemment de ce qui se passait à l’époque de la Renaissance, la représentation de la guerre entre dans une dimension complètement spectaculaire, conforme à la nouvelle politique qui célèbre les princes italiens.

Le format particulier du livre qui, même s’il part de la culture italienne, aboutit, comme on l’a dit, à une dimension européenne, permet d’évaluer de tels phénomènes dans une optique comparatiste, ouverte aux variantes auxquelles un même thème renvoie s’il est inséré dans le flot des diverses lectures nationales. Un exemple qui revient fréquemment dans les pages des miscellanées est ce que l’on appelle le théâtre de la violence : je fais allusion au goût pour l’atrocité et pour les faits sanglants, largement nourri du modèle de Sénèque et de ses tragédies, qui est une constante de la dramaturgie européenne au cours du xviième siècle. Une confrontation entre le théâtre de la Péninsule et les sombres trames élisabéthaines, telle qu’elle a été présentée, bien que selon des perspectives différentes, aussi bien par Jean-François Lattarico que par Sophie Chiari, met en évidence comment dans les pièces de Shakespeare, – élu, pour des raisons qu’il serait vain d’expliquer, au centre névralgique du phénomène – les influences opèrent un aller-retour (de Shakespeare à l’Italie et de l’Italie, ou mieux de Castiglione et Guicciardini, à Shakespeare). Il s’agit d’un sujet connu, mais qui à l’intérieur du panorama animé et complexe offert par le livre, acquiert un relief inédit.

Le volume réalisé par Jean-François Lattarico aspire donc à cadrer l’ambiguïté constitutive du théâtre du xviième siècle, en tentant de la focaliser dans les passages où justement, face aux pressions exercées par l’actualité historique et politique, elle semblerait se faire encore plus fuyante. Il s’agit, naturellement, d’une opération ô combien complexe, et qui pourtant peut s’estimer en partie réussie. L’étude des représentations dramaturgiques consacrées à la guerre conduit, en effet, à des conclusions plus larges, qui embrassent un des nœuds fondamentaux de la modernité littéraire : c’est-à-dire le laborieux processus par lequel le Baroque, pourtant inscrit dans le chaos programmatique de ses solutions formelles, développa une nouvelle forme diégétique grâce à la contemporanéité, se libérant petit à petit des structures héritées du Moyen Age et de la culture classique. Il n’est pas surprenant que la guerre, aussi dramatiquement présente en ce siècle, soit un des pivots de ce processus, ni que le théâtre, qui à cette époque est la manifestation la plus vive, soit le lieu où cette modernité prend corps.

Traduit de l’italien par

Lysiane Plu

 

 

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